12 Feb

Nullità dei contratti di credito al consumo per mancata valutazione del merito creditizio

Con la sentenza dell’11 gennaio 2024, resa all’esito della causa C-755/22, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata sulla possibilità di dichiarare la nullità dei contratti di credito al consumo, in caso di errata valutazione del merito creditizio.

Va ricordato che la Direttiva dell’Unione Europea 2008/48, all’art. 8, aveva introdotto l’obbligo di valutare il merito creditizio del consumatore, al fine di tutelarlo contro i rischi di sovraindebitamento e di insolvenza. Lo scopo era duplice: garanzia per i consumatori, da una parte, e responsabilizzazione degli stessi, dall’altra parte, onde evitare che si indebitino pur non essendo solvibili.

In altre parole, Il consumatore va preservato dal rischio di sovraindebitamento, attraverso una verifica, condotta dall’istituto di credito, circa la capacità e la propensione del consumatore a rimborsare il debito che intende contrarre.

La sentenza sopra citata ha osservato che i detti rischi di insolvenza, da parte del consumatore, possono verificarsi anche dopo il rimborso del credito. Pertanto la Corte, non solo ha ritenuto che l’errata valutazione del merito creditizio vada sanzionata con la nullità del contratto di credito, ma ha esteso tale sanzione anche al caso in cui il contratto sia già stato integralmente eseguito dalle parti, e il consumatore non abbia subito alcuna conseguenza pregiudizievole per effetto di tale violazione. Ciò significa che non è sufficiente che il consumatore abbia interamente pagato il proprio debito, così come resta irrilevante che il consumatore non abbia sollevato eccezioni rispetto a tale contratto durante il periodo di rimborso.

Al riguardo, la Corte ha premesso che il regime di sanzioni applicabili in caso di violazione delle disposizioni nazionali adottate ai sensi dell’art. 8 della direttiva 2008/48,  deve essere definito in modo tale che le sanzioni siano effettive, proporzionate e dissuasive. Ha ricordato, altresì, come, in precedenti pronunce, avesse già dichiarato la violazione poteva essere sanzionata con la decadenza del diritto del creditore agli interessi.

Conseguentemente, la Corte ha osservato che subordinare l’applicazione di una sanzione che implica la nullità del contratto di credito (nonché la decadenza dal diritto, per il creditore, di ottenere il pagamento degli interessi convenuti), alla condizione che il consumatore abbia subito una conseguenza pregiudizievole, potrebbe favorire l’inosservanza, da parte dei creditori, dell’obbligo loro incombente in forza dell’art. 8 della Direttiva 2008/48. In tal senso, questi ultimi potrebbero essere incentivati a non procedere ad una valutazione sistematica ed esaustiva del merito creditizio dei consumatori.

Così, la Corte ha affermato che il principio di proporzionalità non osta a che uno Stato membro scelga di sanzionare la violazione delle disposizioni nazionali, che garantiscono la trasposizione dell’art. 8 della Direttiva 2008/48, mediante la nullità del contratto di credito e la decadenza del diritto del creditore al pagamento degli interessi convenuti, anche quando il consumatore non abbia subito conseguenze pregiudizievoli per effetto di tale violazione.

Ciò posto, vedremo come i principi affermati da tale sentenza saranno applicati in Italia.

Francesco Salimbeni

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