Pasquale Rinaldo: la cucina come vocazione, disciplina e racconto del territorio
Dalla passione nata a Napoli alla guida della brigata del Bikini di Vico Equense: il viaggio umano e professionale di uno dei talenti più autentici della nuova cucina italiana.
Ci sono incontri che raccontano molto più di una professione, rivelano un percorso, una vocazione, una storia fatta di disciplina, sapori e identità.
È con questo spirito che il direttore Massimo Maria Amorosini ha intervistato lo chef Pasquale Rinaldo, nato a Melito di Napoli nel 1988, oggi alla guida della cucina del celebre ristorante “Il Bikini” di Vico Equense, uno dei luoghi simbolo della costiera sorrentina e da anni segnalato nella Guida Michelin.
Un luogo sospeso tra mare e tradizione, dove la gastronomia è diventata negli anni un raffinato linguaggio d’autore. Rinaldo appartiene a quella generazione di chef che non hanno mai smesso di studiare, di osservare, di mettersi alla prova.
La sua storia nasce tra profumi di casa e prime esperienze in brigata, attraversa ristoranti di alta cucina e approda alla responsabilità di orchestrare ogni giorno un’offerta gastronomica che parla di territorio ma guarda al futuro.
Pasquale Rinaldo (Melito di Napoli, 29 marzo 1988) è uno chef italiano specializzato in cucina mediterranea contemporanea. Dopo un percorso formativo maturato tra studi, stage e brigate di ristoranti di alta gamma, ha costruito un’esperienza solida e articolata che lo ha portato in diverse cucine di prestigio, raccogliendo insegnamenti e tecniche che oggi costituiscono il suo bagaglio professionale. Attualmente è Executive Chef del ristorante Il Bikini di Vico Equense, storica istituzione della costiera sorrentina segnalata nella Guida Michelin, dove cura lo sviluppo dell’offerta gastronomica à la carte e degli eventi. Volto noto anche nel panorama televisivo culinario italiano, unisce tecnica, creatività e profondo rispetto per le materie prime del territorio.
Nel dialogo con “L’Esodo – per una Italia migliore”, lo chef si racconta con sincerità. Racconta la passione che lo ha guidato fin dall’infanzia, il valore della formazione, le sfide quotidiane del suo ruolo, il rapporto con la televisione e ciò che significa rappresentare oggi la cucina italiana con autenticità.
Un’intervista ricca di consigli per chi sogna di intraprendere il mestiere più affascinante, e impegnativo, del mondo, ma anche un vero e proprio viaggio nel cuore della sua visione, quella di una cucina che non è solo tecnica o creatività, ma una forma di racconto, un ponte tra memoria e innovazione, un gesto che restituisce al mare e alla terra della costiera sorrentina tutta la dignità che meritano.
Chef Rinaldo, quando e come nasce la sua passione per la cucina? C’è un ricordo d’infanzia, un profumo o un momento particolare che l’ha indirizzata verso questa strada?
La mia passione nasce intorno ai 12 anni, quando ero in terza media. Un pò per esigenza – perché i miei genitori lavoravano e spesso rientravano a casa all’ora di pranzo – e un po’ per piacere, durante l’estate adoravo preparare io il pranzo per loro.
Mi impegnavo al massimo, cercando sempre di fare bene. Ho un ricordo d’infanzia che porto nel cuore: a 12 anni preparai un risotto per venti miei amici.
Ero davvero piccolino, ma ci tenevo tantissimo. Era un risotto alla milanese, e ricordo ancora il profumo della cipolla che soffriggeva… ce l’ho nitido nella mente.
Credo che quello sia il ricordo ancestrale da cui è iniziata, senza che me ne rendessi conto, tutta la mia carriera.
In tutta la mia famiglia non c’è mai stato nessuno che abbia intrapreso questa carriera. Né da parte di mia madre né da parte di mio padre, nemmeno tra zii o nonni, vicini o lontani. Sono il primo – e finora l’unico – ad aver scelto questa strada.
È un percorso che non ho ereditato da qualcuno: l’ho sentito, l’ho scoperto e l’ho costruito completamente da solo.
Cresciuto nel napoletano, in un contesto non semplice per un giovane che cerca di costruirsi un futuro, quanto hanno inciso quelle difficoltà sulla sua scelta di diventare chef? E quando ha iniziato a riscoprire davvero la tradizione gastronomica napoletana?
Sono nato a Melito di Napoli, un paese che purtroppo – o per fortuna, col senno di poi – non offriva molto ai giovani.
La mia adolescenza è stata segnata proprio da questo, un contesto difficile che mi ha spinto ad andare via presto.
Le scuole superiori le ho frequentate ad Aversa, ma non perché fosse semplice arrivarci.
Da ragazzino avevo un sogno preciso, volevo frequentare l’alberghiero di Roccaraso, quello che ha formato tanti professionisti, tra cui il grandissimo Niko Romito che vanta ben tre stelle Michelin. Ma per la mia famiglia era impossibile sostenere il costo del convitto, all’epoca 700.000 lire.
Così mi dissero: “Pasquale caro, dobbiamo ripiegare su Aversa”. E anche lì non fu immediato, perché per iscrivermi dovetti farmi “raccomandare” da una zia lontana e fare la residenza a casa sua, perché senza residenza ad Aversa sarei stato obbligato ad andare a Napoli, dove la scuola era appena nata e non aveva ancora alcuna storia.
A quei tempi, parliamo di oltre 20 anni fa, le scuole alberghiere davvero riconosciute erano pochissime.
L’unica con una grande tradizione era Vico Equense, ma non accettava studenti fuori sede.
La verità è che la tradizione gastronomica napoletana ha iniziato a influenzarmi davvero solo più avanti, quando sono diventato più grande e ho scelto volontariamente di andare alla ricerca dei sapori, dei profumi e della cultura culinaria della mia terra.
Perché in casa mia non c’era una grande tradizione familiare, non posso dire che mia madre preparasse il miglior ragù o che mia nonna facesse gli gnocchi più buoni. Forse proprio questa mancanza mi ha acceso ancora di più la curiosità e la voglia di scoprire, studiare e imparare.
Qual è stato il suo percorso formativo per diventare chef? Ci sono stati maestri, scuole o esperienze che hanno segnato un punto di svolta?
Il mio percorso formativo inizia prestissimo. Avevo 12 anni, mio padre aveva tre vivai e io sapevo già che non avrei voluto seguire la sua strada. Così, insieme a lui, decidemmo che avrei fatto un’esperienza estiva a Ischia, in un ristorante che oggi non esiste più.
Lì ho iniziato da tuttofare: prima cameriere, e ne combinavo di ogni tipo, poi al bar, e infine mi relegarono in cucina, dove passavo le giornate a pulire limoni e a preparare tagliolini al limone per tutta l’estate.
Ovviamente senza percepire uno stipendio, solo vitto, alloggio e il trasporto da Napoli a Ischia. Ma ne ho un ricordo bellissimo.
Mi divertivo, ero piccolissimo e già respiravo l’aria della cucina vera. Dopo questa esperienza mi iscrissi all’alberghiero di Aversa, dove mi diplomai con 98/100. Durante quegli anni, fortemente deciso a non seguire le orme lavorative di mio padre, fin dall’inizio, ogni sabato, ogni domenica, ogni Natale e Capodanno li passavo lavorando.
Non sapevo ancora fare molto, ma ero velocissimo. Non sapevo tagliare il pesce o la carne, ma pensavo: “Lo faccio veloce e lo faccio bene”.
Questa rapidità nella manualità mi aprì tantissime porte, e già da piccolo mi portavo a casa 60, 70, 80mila lire a weekend, e a 13 anni non era poco.
Crescendo, venni notato da un mio insegnante che mi segnalò a Nicola De Filippo, allora presidente dell’Associazione Italiana Cuochi. Fu lui a dirmi chiaramente, mentre lavoravo a 14 anni in un ristorante molto importante di Villaricca, : “Pasquale, devi andare via da qui”.
Mi indirizzò verso un suo collega, Enzo Ospite, un grande professionista che purtroppo oggi non c’è più, che aveva un ristorante a Campomarino di Maruggio, in Puglia.
Lì ho trascorso quattro estati, e per la prima volta venivo pagato, e piano piano ho iniziato a fare vere stagioni, a guadagnare qualcosa e a imparare il mestiere da dentro.
Dopo i 18 anni, continuando a fare extra e conoscendo molti professionisti della ristorazione, tutti mi dicevano la stessa cosa: “Adesso devi fare un salto di qualità, devi andare in una struttura che ti formi sul serio”. Fu così che approdai all’Antica Trattoria di Sorrento.
Lì l’ambiente era rigidissimo, quasi militare, una vera scuola di vita e di cucina. Ci rimasi dieci mesi, in cui ho guadagnato sì dei soldi, ma soprattutto un patrimonio enorme dal punto di vista professionale. All’Antica Trattoria ho avuto la fortuna, o la sfortuna a seconda dei punti di vista, di vivere il cambio di due grandi chef.
Prima c’era Matteo Iannaccone e poi è arrivato Nunzio Spagnuolo, entrambi provenienti dalla scuola di Heinz Beck e Gualtiero Marchesi.
Sono stati due maestri importantissimi per me, dei veri apripista. Da loro ho appreso un approccio rigoroso, tecnico, pulito. Quella è stata, a tutti gli effetti, la mia prima grande scuola di alta ristorazione.
Dove ha mosso i primi passi in cucina? Quali sono gli insegnamenti fondamentali che ha appreso nelle sue prime brigate?
Gli insegnamenti fondamentali nella mia crescita li devo soprattutto alle prime brigate, e in particolare all’esperienza all’Antica Trattoria di Sorrento. Lì ho incontrato uno chef che per me è stato decisivo, Nunzio Spagnuolo. È stato lui a martellarmi fin dall’inizio della stagione, senza risparmiarmi nulla. È stata un’esperienza durissima, mi metteva costantemente alla prova, pretendeva precisione, disciplina, ritmo. Ma proprio quella durezza è stata la mia vera formazione.
Parliamo del 2010. Nonostante la rigidità del contesto e il fatto che spesso, in brigata, si sentisse solo il mio nome — perché ero quello più giovane, quello a cui veniva richiesto sempre un po’ di più — alla fine della stagione accadde un fatto che per me rappresentò un vero punto di svolta. Nunzio decise di premiarmi.
Mi scelse tra tutti per portarmi con lui a “Festa a Vico”, uno degli eventi gastronomici più importanti d’Italia, che si teneva proprio al Bikini. Avevo 18 anni, e quello fu il mio primo passo dentro quel luogo che oggi è la mia casa professionale. In mezzo a tanti ragazzi talentuosi, essere scelto proprio io fu un momento che mi cambiò profondamente.
Mi sentii investito di una responsabilità, di una fiducia e di una carica enorme. È un ricordo che porto ancora addosso, perché mi fece capire che la strada che stavo percorrendo era quella giusta.
Nel suo percorso ci sono diverse cucine, ristoranti e sfide: che cosa porta oggi nel suo bagaglio professionale da ogni realtà nella quale ha lavorato?
Nel mio percorso ci sono state tantissime cucine, ristoranti e sfide che porto con me come un tesoro. La lezione più grande, però, è una soltanto, l’umiltà. Ho sempre cercato di pormi come alunno e mai come insegnante.
È una forma mentis che non ho mai abbandonato. Certo, oggi a 37 anni e dopo 25 anni di ristorazione qualche cosa la so… ma l’approccio resta quello, imparare, osservare, ascoltare. Sempre.
Questa mentalità mi è servita non solo in cucina, ma soprattutto nella gestione delle risorse umane.
Ho avuto la fortuna di lavorare in un posto — il ristorante “Le Due Torri” — dove per un anno intero abbiamo fatto formazione interna. Lì ho studiato davvero gestione del personale, dinamiche di team, relazioni. E questo, oggi, è uno degli strumenti più preziosi che ho.
Perché in una brigata, al di là della tecnica e della professionalità, la prima cosa è l’approccio alla persona. È quello che ti permette di costruire un gruppo solido, di vincere sul lungo periodo.
Oggi le cucine sono composte da ragazzi provenienti da Paesi, culture, religioni e background completamente diversi. Se non sai entrare in relazione con loro, se non capisci le loro storie, non puoi guidarli davvero. Ed è proprio questa consapevolezza che negli anni ha fatto la differenza per me.
Guardando indietro, c’è un’esperienza in particolare che le ha fatto capire di essere pronto per la guida di una cucina?
Se guardo indietro, ci sono diverse esperienze che mi hanno fatto capire di essere pronto a guidare una cucina. In realtà sono sempre stato “buttato dentro”, fin da giovanissimo. Quando lavoravo a Taranto, ad esempio, mi ritrovai responsabile di cucina quasi senza accorgermene.
Avevo una naturale attitudine organizzativa che, probabilmente, nasce dal fatto che mio padre gestiva tre vivai con molti dipendenti.
Quella capacità di coordinare, di avere visione e metodo, l’ho assorbita fin da bambino. Parallelamente alle mie esperienze, studiavo tantissimo.
Compravo montagne di libri, volevo crescere e non fermarmi mai. A un certo punto, intorno ai 20-22 anni, mentre già mi proponevo come capo partita e responsabile di diverse sezioni, mi dissi: “Pasquale, bene così, ma devi fare un salto”. Fu allora che ebbi un’idea un po’ folle.
Mi presentai alla porta dello stellato “Sud” di Quarto, da Marianna Vitale, senza appuntamento. Le dissi: “Sono Pasquale Rinaldo, chef. Vorrei lavorare per lei”. Lei mi guardò e mi chiese: “Ma tu chi ti ha mandato?”. Risposi: “Nessuno”. E lei: “Va bene, entra. Hai la giacca?”. “Sì”.
Così iniziò un’esperienza di circa un anno, che per me fu una vera scuola: metodologia, disciplina, didattica pura. Lì non imparavo solo ricette o tecniche, io rubavo letteralmente i gesti, i movimenti, l’eleganza, la postura. La giacca sempre pulita, mai una risposta fuori posto.
Capivo che, se quello era il mondo degli stellati, io dovevo muovermi allo stesso modo.
Poi, nel 2015, ci fu un’altra esperienza chiave a Roma, all’Hotel Radisson Blu con lo chef stellato Andrea Ribaldone e, in cucina, il resident chef Carmine Cozzolino.
Un altro anno durissimo ma illuminante, che mi ha temprato e mi ha dato una visione ancora più ampia della cucina contemporanea. Tutte queste tappe, una dopo l’altra, sono state fondamentali. E hanno preparato il terreno per quello che sarebbe arrivato dopo: Capri.
Dopo le esperienze formative tra Campania, Puglia e Roma, arrivai a Capri. Lì ho trascorso sei anni al ristorante D’Amore.
È stata una sfida enorme: bisognava portare avanti un progetto ambizioso in un’isola straordinaria ma complessa, e quella sfida l’abbiamo vinta pienamente. Poi, per motivi familiari del proprietario, la struttura cambiò gestione, ma quei sei anni sono stati per me un passaggio di maturità fondamentale.
Sono stati anni intensi anche sul piano personale, ho perso mio padre, abbiamo rimandato il matrimonio, è arrivato il Covid con tutto ciò che ha comportato.
È stato un periodo durissimo, quasi devastante… ma da cui sono rinato più forte di prima. E in questa rinascita c’è sempre stata mia moglie, con cui sto insieme dal 2010, da 16 anni. È stata lei a fare scattare uno dei cambiamenti più sorprendenti della mia carriera. Un giorno mi disse: “Pasquale, ho visto che La Prova del Cuoco sta cercando nuovi chef. Ti ho iscritto, ti chiameranno”. Io le risi in faccia: “Figurati se chiamano me”. Ma mi chiamarono davvero.
Feci il primo provino a Napoli con Barbara Rempi e Cristina Bracale della Endemol, un provino bellissimo. Mi dissero di prepararmi per Roma e lì mi chiesero quattro menù completi — primavera, estate, autunno, inverno — e le foto dei piatti.
Presentai due ricette in venti minuti, tutto perfetto. Mi fecero i complimenti. Da lì iniziò una storia incredibile. Il provino andò avanti per sei anni. Ogni anno mi dicevano “Va tutto bene, ti richiamiamo”, ma poi nulla.
Finché un giorno, ormai stanco, dissi a Cristina: “Guarda, non vengo più. Ogni volta la stessa storia”. E lei mi implorò: “Vieni l’ultima volta”. Andai. E dopo un giorno mi chiamarono: “Pasquale, sei stato preso.
Dal 2018 sei ufficialmente a La Prova del Cuoco”. Ricordo ancora il salto di due metri che ho fatto dalla felicità. Ho partecipato alle edizioni 2018, 2019 e 2020. Poi il programma chiuse a causa del Covid. In quel periodo Elisa Isoardi era alla conduzione, dopo l’uscita di Antonella Clerici, che poi tornò l’anno successivo con “È Sempre Mezzogiorno”.
Anche lì mi vollero, e in tre anni mi hanno conosciuto tutti gli autori, tanto che da quella porta non sono più uscito. Mi hanno chiamato su Rai2, poi di nuovo su Rai1. “Cook 40”, programmi di cucina, show del daytime… fino ad arrivare a “UnoMattina”, dove ormai sono ospite fisso da due anni, e quest’anno ho anche una mia rubrica di cucina, “I Fantastici Quattro”.
Oggi vado in Rai praticamente tutte le settimane. La televisione è diventata una parte importante del mio percorso, una vetrina, una responsabilità, un modo per raccontare chi sono e da dove vengo. E tutto è nato da un provino che sembrava impossibile.
Da Executive Chef de Il Bikini, un luogo iconico della costiera sorrentina, quali sono le responsabilità e le sfide quotidiane nella definizione e nello sviluppo dell’offerta gastronomica?
Essere Executive Chef del Bikini significa prima di tutto essere davvero un Executive Chef. E per me questo ruolo parte da una convinzione personale molto forte, la gestione delle risorse umane viene prima di tutto.
Prima della cucina, prima dei piatti, prima della tecnica. Siamo circa sessanta dipendenti. Io sono il capo, sotto la direzione generale di Giorgio Scarselli, e questo comporta una gestione importante, a 360 gradi.
L’approccio con le persone è la base. Ascoltare, comprendere, guidare.
La sfida quotidiana non è soltanto creare un piatto, ma risolvere problemi trovando dieci soluzioni diverse, ogni giorno. Poi viene lo sviluppo dell’offerta gastronomica, che richiede un’enorme capacità di lettura del contesto. A pranzo dobbiamo proporre un’offerta più snella, più vicina al turista, più accessibile e popolare, ma sempre coerente con la nostra identità.
La sera, invece, bisogna trasformare la stessa idea di cucina in un’esperienza più raffinata, più tecnica, ma mai rigida o ingessata.
Questo equilibrio tra approccio umano, visione organizzativa e creatività gastronomica è il cuore del mio lavoro al Bikini.
Come si costruisce un equilibrio tra tradizione sorrentina e innovazione culinaria in un contesto così ricco di storia come Il Bikini?
La costruzione della mia cucina parte sempre dalle radici, dai piatti che appartengono alla cultura popolare napoletana, sorrentina e campana.
Parliamo di grandi classici, come lo spaghetto alle vongole, la frittura di mare, il pescato del giorno preparato in modo semplice e diretto. Sono ricette che fanno parte della nostra memoria collettiva.
A pranzo li proponiamo in una chiave più vicina al pubblico, con porzioni generose, sapori diretti, immediatezza.
Ma sempre, e ribadisco sempre, con una materia prima di altissima qualità. Per me questo è imprescindibile. La sera, invece, quegli stessi piatti si trasformano. Utilizziamo tecniche di cucina più elaborate, lavorazioni più fini, presentazioni più eleganti.
È una trasformazione che non snatura il piatto, ma lo porta in un’altra dimensione. Una dimensione più gourmet, più sofisticata, più da fine dining, pur mantenendo intatta l’identità del territorio. Questo è il mio modo di raccontare la tradizione, di rispettarla, elevarla, e farla camminare verso il futuro.
In che modo la sua cucina si distingue? Quali sono gli elementi che non mancano mai nei suoi piatti?
Uno degli elementi che non manca mai nei miei piatti, e che rappresenta un po’ la mia cifra gastronomica, sono gli agrumi. Li utilizzo in tantissime forme diverse, freschi, in zest, in crema, in gel, in fermentazione. Amo profondamente l’acidità, perché per me dà vita e dinamismo a un piatto.
Negli ultimi anni sto anche lavorando molto sull’idea di abbassare la spinta acida per far emergere tutte le qualità intrinseche delle materie prime, che sono straordinarie e meritano sempre di essere valorizzate.
Stagionalità, territorio e mare sono i tre pilastri della mia cucina. Siamo affacciati sul mare, che ha una stagionalità tutta sua, spesso sottovalutata. E alle nostre spalle abbiamo i Monti Lattari, un patrimonio incredibile di erbe, prodotti agricoli, caseifici e biodiversità.
La mia cucina oggi è sempre più un dialogo continuo tra mare e montagna, un connubio naturale che appartiene profondamente a questo territorio e che voglio raccontare nei miei piatti. E questo significa anche lavorare con produttori locali, conoscere la loro storia, capire come nascono gli ingredienti. Per me è diventato un aspetto fondamentale.
Lei è oramai un volto noto della televisione, che significato ha per uno chef essere esposto mediaticamente?
Lavorare in televisione, per uno chef, significa assumersi una responsabilità che va oltre la cucina. Essere esposti mediaticamente non è solo una vetrina, vuol dire diventare un riferimento, un esempio, sia per chi lavora con te in brigata sia per chi ti segue da casa.
La TV aiuta tantissimo il nostro lavoro, dà visibilità e credibilità, ma allo stesso tempo richiede di costruire un equilibrio preciso all’interno del gruppo televisivo, che ha dinamiche tutte sue.
Faccio un esempio per chiarire. “UnoMattina” è un programma molto popolare e capita che qualche giornalista mi chieda: “Chef, ma davvero lei cucina zucca e salsiccia?”. E io rispondo: “Sì, perché gli autori mi chiedono piatti semplici, ripetibili, con ingredienti che chiunque può trovare al supermercato”.
Questo è il punto, devi riuscire a mantenere il tuo profilo professionale – da cuoco gourmet presente nelle guide come Michelin, Gambero Rosso, Identità Golose – senza però perdere il contatto con il pubblico generalista che la TV ti mette davanti.
La sfida costante è non scendere troppo nel “popolare”, ma nemmeno chiudersi nella cucina d’élite. E paradossalmente, proprio questa duplice anima sta diventando una delle parti più interessanti del mio lavoro. Perché la cucina popolare, oggi, ha forse ancora più forza. Se sei capace di elevarla senza tradirla, allora stai davvero facendo il mestiere nel modo giusto.
“Oggi sento il bisogno di restituire qualcosa al mio territorio: insegno nei corsi di formazione per ragazzi organizzati dalla società Amili a Trentola Ducenta, per dare una possibilità concreta a chi vuole affacciarsi a questa professione. È il mio modo per trasmettere il sapere e la passione che la cucina ha regalato a me.”
Il suo percorso testimonia studio e grande disciplina: quanto sono importanti formazione continua, approfondimento e ricerca per un giovane che aspira a diventare chef?
Credo che la disciplina sia una delle chiavi di questo mestiere. Ti aiuta ad avere un comportamento orientato all’apprendimento continuo e allo studio. Io mi considero ancora giovanissimo, quindi non mi sento un maestro che deve dare lezioni a qualcuno. Però una cosa posso dirla. I sacrifici non finiscono mai.
E non si smette mai di imparare, né in cucina né nella vita. Forse la parola più importante è consapevolezza, sapere davvero ciò che si vuole fare. Il consiglio che darei a un giovane è semplice e concreto, viaggiate. Viaggiate il più possibile. Uscire dalla propria zona di comfort ti apre la mente e ti costringe a crescere.
L’anno scorso, ad esempio, ho trascorso venti giorni in Mongolia completamente da solo. Parlo a stento l’inglese, eppure è stata una delle esperienze più forti della mia vita, sia personale sia professionale. Ti ritrovi nudo, senza punti di riferimento, e allora capisci chi sei davvero.
Per quanto riguarda il futuro della gastronomia italiana, noto una scissione sempre più evidente. Da un lato i ristoranti non stellati che spesso dicono “la stella non conta più come prima”, dall’altro gli stellati che rivendicano il loro ruolo nell’élite dei sapori. Io penso che, come sempre, la verità stia nel mezzo.
Noi che non siamo stellati dobbiamo capire che lavorare su un piatto non significa stravolgerlo, ma rispettare profondamente la materia prima e avere un’identità chiara.
Dall’altra parte, gli stellati devono ricordare che oggi non basta essere grandi cuochi, bisogna anche ragionare da imprenditori. È bellissimo stare nell’Olimpo del gusto, ma un ristorante deve riempirsi per sopravvivere, altrimenti si chiude. In definitiva, l’equilibrio è tutto. Rispetto, identità, consapevolezza, sostenibilità.
È lì che, secondo me, si giocherà il futuro della cucina italiana.









